[by Giada Rimondi & Paolo Rebecchi]

L’Albana. Presente e futuro di un vino dall’alba infinita.

di Paolo Rebecchi

 

L’Albana, per un bolognese, è il vino del cuore…. Capace com’è di unire Romagna ed Emilia ma anche capace di dividere. Dividere chi, nel passato, ne vantava le caratteristiche di struttura corposa e di forte tenore alcolico e chi, al contrario, magari seguendo le mode del tempo, proprio per questo lo criticava. C’era poi chi amava suggerirne le versioni dolci o amabili (meravigliose con la brazadela) come migliore se non unico risultato possibile per poi scoprire l’eccellenza di passiti tra i migliori d’Italia.

Passiti, dolci, amabili, frizzanti, spumanti a dimostrazione di una versatilità che chiude il cerchio con l’impegno di bravi produttori a riscoprirne la versione secca, quella più genuina, più veritiera, quella che più di altre mette in mostra il suo carattere: forte, complesso, mascolino, da rosso nascosto. Un vino particolare, non facile forse, ma proprio per questo affascinante e, soprattutto, dalla qualità sempre crescente.

Romagna ed Emilia, dicevamo, grazie all’Albana, si uniscono nell’orgoglio di avere la prima DOCG italiana dedicata ad un bianco e nella coltivazione diffusa soprattutto nelle provincie di Forlì-Cesena, Ravenna e Bologna (Colli Imolesi e Colli Bolognesi) ed anche di Modena, Ferrara e Rimini contribuendo anche alle DOC Albana Spumante, Colli Bolognesi e Reno Bianco.

Coltivazione la cui origine si perde nel tempo; ipotesi non provate dicono che potrebbe essere stata introdotta dai romani (“albus”, Colli Albani, probabile luogo di origine del vitigno) magari identificabile con il vino bevuto dalla figlia di Teodosio, Galla Placidia che apprezzò un vino degno di essere bevuto in “berti in oro” (Bertinoro), ma sicuramente descritta per la prima volta col nome di Albana da Pier de’ Crescenzi nel 1303.

L’albana è quindi anche il vino della tradizione ed è una tradizione che oggi, grazie a produttori seri e capaci è destinata a protrarsi, a testa alta e con prospettive certe, nel futuro della nostra enologia.

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